Su amore e perdita
Ogni giorno, durante le mie ore di lavoro, siedo nello studio e con le persone parlo di questo: amore e perdita, che sembrano due cose ma in realtà sono una.
Parlo di amore non solo perché spesso mi occupo di relazioni, ma anche perché, citando la conclusione a cui è giunto Yalom dopo sessant’anni di esercizio della psicoterapia, “il desiderio di connessione umana è la forza principale a muovere chi è alla ricerca di un aiuto”.
Parlo di perdita perché è inevitabile incontrarla, si tratti di rapporti sentimentali, amicali, possibilità, parti di sé, lavori, salute o della morte di chi ci è caro. La attraversiamo noi, la attraversano le persone che amiamo, nessuno escluso.
Intorno a questi due temi che sono uno, si sviluppano tante delle nostre paure, dei nostri dolori… e non solo.
Dal mondo esterno
Poco meno di un anno fa è uscito un articolo sul New Yorker che mi ha incuriosita: la giornalista, Jennifer Wilson, dopo essere stata lasciata dalla persona che stava frequentando, si è sentita chiedere da un’amica se avesse strutturato un “piano post rottura”.
La cosa, a lei ignota, l’ha portata ad approfondire l’argomento e a scoprire un mondo fatto di ritiri intensivi (molto costosi) e pratiche di vario genere, atti a “far superare” la fine di una relazione, a trasformarla in “una svolta” tramite diciassette comodi moduli online e via discorrendo. Parliamo di un mercato stimato di circa 28 miliardi di dollari, ma parliamo anche di una questione che ha interessato noi umani fin dall’antichità. Ovidio ad esempio suggeriva dei rimedi pratici per far fronte alla perdita di un amore, tra cui menzionava trovare un hobby e intraprendere un viaggio.
Se, mettendo un attimo da parte il fine meramente lucrativo che anima alcune iniziative, ci interroghiamo sul bisogno di chi vi fa ricorso, ci ritroviamo a considerare quanto l’esperienza della perdita possa essere dolorosa, quanto ci possiamo sentire smarriti davanti al vuoto che può lasciare nelle nostre vite e anche quanto a volte l’assenza di supporto possa farci dubitare di riuscire a far fronte al dolore in cui ci troviamo immersi. A questo si somma il fatto che le perdite funzionano un po’ come le matrioske, pertanto quel che accade oggi, oltre al suo portato di sofferenza legato al presente, tende spesso a riaprire ferite di ieri. Starci dentro è davvero difficile.
Dal mondo interno
Dato lo spirito del tempo in cui viviamo, che collude con le nostre istanze performative, con le nostre difese e con una certa dose di pensiero magico che ciascuno di noi ha dentro in vari gradi, nel ritrovarci ad attraversare una perdita rischiamo di stare in relazione alla nostra sofferenza in modi che invece di ridurre il dolore lo amplificano.
La nostra condizione di umani è, come dice Hayes, dolceamara, perché il fatto di essere creature dotate di pensiero simbolico ci porta a sapere di dover morire e quindi a confrontarci con l’impermanenza, di cui la perdita è un promemoria.
Freud diceva che non siamo mai così indifesi verso la sofferenza come quando amiamo e ciò anche per il fatto che lasciare entrare qualcuno significa al contempo esporsi al rischio di perderlo (talvolta alla quasi certezza e qui penso ad esempio al rapporto con gli animali, che in genere vivono meno anni di noi).
Il dolore, se prendiamo la parola inglese “grief”, ci riporta etimologicamente al peso, al fardello, perché questo facciamo quando attraversiamo una perdita: portiamo il fardello del dolore e per riuscire a venirci a patti abbiamo bisogno di tempo e di dare a quel dolore il giusto riconoscimento.
Ho trovato interessante che ad esempio in Germania si possa chiedere un’aspettativa dal lavoro quando finisce una relazione sentimentale, proprio per l’impatto che un tale evento può avere. Ho anche scoperto che nella tradizione ebraica viene previsto un anno per elaborare un lutto, un anno durante il quale viene riconosciuto a livello collettivo il fatto che la persona non sarà, per così dire, interamente se stessa, anche a partire da cose quali il ritmo del sonno o l’appetito, proprio perché alle prese con il dolore.
Forse quel che oggi ci accade è che siamo così spaventati dal rischio di essere sopraffatti da quel proviamo, che tendiamo a volerne uscire subito e in quest’ottica è un attimo finire in una lettura patologizzante della nostra esperienza, così la perdita, dall’essere una significativa per quanto scomoda parte della vita che ci chiede di sviluppare uno sguardo compassionevole verso noi stessi, diventa un disturbo da “curare” per liberarsene quanto prima.
Il processo però segue un tempo che è diverso per ciascuno e si muove come le onde. Se immaginiamo un fiume, ci sono momenti in cui ci ritroviamo vicino a una delle due rive e sentiamo in modo più vivido le emozioni legate alla perdita, con tanto scoraggiamento e una sensazione di essere esausti e sopraffatti e momenti in cui siamo più vicini all’altra riva, dove ci sintonizziamo con la nostra possibilità di futuro, di dedicarci ad aspetti della nostra vita per come sarà. Questo fluire tra le due rive dovrà andare avanti per un certo tempo prima che le onde si plachino un po’.
Dal neuromondo
Davanti alla perdita, nel nostro cervello accadono varie cose, che vengono adesso studiate dal punto di vista neuroscientifico e ci rivelano quanto questa esperienza sia complessa. Il dolore che proviamo per la fine di una relazione può essere percepito soggettivamente come più acuto anche del dolore fisico, con cui condivide i sistemi neurobiologici. La perdita di una relazione inoltre, quando siamo innamorati, ha, da un punto di vista neurochimico, un effetto affine all’astinenza da alcune sostanze stupefacenti.
Dobbiamo poi considerare che se una persona era stabilmente nella nostra vita e ora non ne fa più parte, il nostro cervello si trova compiere un adattamento alla nuova situazione. Le esperienze ripetute ci portano infatti a creare delle mappe dentro di noi costituite di tanti collegamenti, che nel concreto corrispondono alle aspettative legate alle abitudini: ci sono i posti che si frequentavano insieme, gli orari in cui ci si faceva una telefonata, quei movimenti istintivi tipo “è successa una cosa, ora lo/la chiamo per condividerla”, i suoni, gli odori, i gesti del quotidiano che facevamo in previsione di, gli orari o i giorni in cui accadevano delle cose.
È quindi fisiologico che davanti a certi stimoli, il nostro cervello reagisca aspettandosi che accada quel che è sempre successo e si trovi poi a registrare il fatto che non è più così, dovendo quindi aggiornare la mappa. Ecco, questo non avviene dalla sera alla mattina, anche lui ha bisogno del suo tempo, ma non solo, ha bisogno di nuove esperienze vissute che un po’ alla volta (e sottolineo un po’ alla volta) costruiscano nuove mappe.
Dal mondo delle storie
“I titoli di coda di una vita insieme” racconta di una separazione, che avviene dopo vent’anni di relazione. L’aspetto interessante è che nel racconto si alternano i punti di vista di entrambi i membri della coppia. “Io vorrei isolare il momento in cui ho visto la crepa e ho preso atto della fine, ma non lo trovo, perché non c’è. L’amore è discreto nel morire, non si lamenta e non fa scenate, non c’informa quando si ammala”.
Ora è giunto il momento di salutarci, noi ci ritroveremo a Dicembre con la prossima lettera. Se ti fa piacere far conoscere questo spazio a qualcuno che potrebbe apprezzarlo, puoi inoltrare la mail e aiutarmi ad ampliare il suo itinerario di viaggio.
Un abbraccio , è bello averti qui
Daniela







Ricordo un'altra frase di Yalom, La vita è solo un dannato susseguirsi di perdite, da La cura Schopenauer. È così vero che adesso ho fatto mio un altro motto, che recita così, It's all about letting go. Tutto sta nel lasciare andare. Credo sia di Pema Chödrön, grande maestra e monaca buddista, in ogni caso corrisponde alla sua filosofia. Senza attaccamento, non c'è perdita. Ma è anche vero che senza attaccamento - in senso buono, senza relazioni - non c'è vita. Questo me lo insegna la terapia. E resto nel dilemma. Grazie per le sue parole. Fanno pensare, sempre
Oltre i contenuti, ho apprezzato molto anche le parole usate per raccontarli, trovo poetica la tua narrazione. I contenuti forti e stimolanti, ma per fortuna mia esperienze già elaborate e archiviate